#253.1

 

 

Io non sono un artista.
Io non vivo di sola arte
ma è l’arte che mi aiuta a vivere.
Io non sono nessuno …

Raffaele Pecci

È nel segno di queste parole, e dopo aver annullato una personale che preparava da sei mesi, che Raffaele Pecci ha sentito il bisogno di vedere ugualmente esposte le sue opere all’interno di una mostra. Ma quando e dove, e alla presenza di chi?

L’esposizione non ha avuto una data, non un orario, né invitati; nell’allestimento della stessa non si è dovuto lottare contro l’accumulo compulsivo di opere, tipico delle collettive che vengono proposte e “allestite” da coloro i quali un giorno si svegliano ( a discapito di chi invece lavora seriamente ) con l’illuminazione che un artista emergente, pur di vedere i suoi lavori esposti, sia disposto a pagare; un’artista emergente che, in cambio di uno spazio, raramente gratuito, spesso costringerebbe sé stesso a sottostare alla totale mancanza di professionalità e soprattutto di rispetto. Mancanza di rispetto non per l’artista… ma per l’essere umano che ha lavorato, speso tempo e denaro per la realizzazione delle sue opere.
Ovviamente non è stata posta nessuna firma in calce al modulo per cui «l’organizzazione, pur avendone la massima cura, declina qualsiasi responsabilità a seguito di danneggiamenti o furto delle opere».
La mostra personale di Raffaele Pecci non ha avuto nulla di tutto questo… ha avuto unicamente una location abbandonata e decadente, come tale è la scena dell’arte per un artista emergente, il cui scorrere del tempo è scandito dal silenzio che inesorabilmente la consuma.
In questo contesto, lontano anni luce da una normale concezione di spazio espositivo, le installazioni dell’artista si sono fuse e hanno dialogato con il tutto in un tour di corridoi, spazi aperti e stanze arredate con cura dal caso e dal vandalismo dell’uomo, permettendo così al tempo, anche se per una sola giornata, di scorrere nuovamente all’interno dell’ex orfanotrofio della Marcigliana. Seguendo la numerazione di ogni singola opera era infatti possibile osservare lo sviluppo e l’evoluzione della ricerca dell’artista, delineando così una linea temporale che avrebbe condotto, se ci fossero stati, gli spettatori sino alla conclusione del vernissage e quindi al momento N°253.1, rappresentante la somma di ogni singolo Momento presente nella struttura.

Come unici testimoni di questa “mostra fantasma”, restano una serie di scatti fotografici, realizzati per custodire quel lasso di tempo all’interno del quale, seppur per poco, le opere hanno forse restituito una dignità a quel luogo abbandonato.

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